C'è un episodio negli Atti degli Apostoli in cui un funzionario etiope viaggia su un carro leggendo il libro del profeta Isaia. Un uomo di passaggio, Filippo, lo sente e gli chiede: "Capisci quello che stai leggendo?" L'altro risponde con una onestà disarmante: "Come potrei capire, se nessuno mi guida?"
Non offro queste pagine come chi spiega dall'alto. Le offro come Filippo — qualcuno che ha camminato accanto a un testo difficile e ha trovato dentro qualcosa che non si aspettava. Non per aggiungere nulla a ciò che il Papa ha scritto, ma per dirti: anche io ci ho trovato questo. E tu?
Una domanda che non sapevo di avere
Tutto è cominciato da una parola greca: kratos.
Nella sua introduzione all'enciclica, Paolo Benanti — uno dei principali esperti di etica dell'intelligenza artificiale — usa questa parola per descrivere il potere computazionale: la forza storica che tende a strutturarsi in forme di dominio. E la contrappone a ethos — il costume morale, la coscienza, la responsabilità condivisa.
La tensione tra i due, scrive, "non va risolta ma tenuta viva". Non si tratta di scegliere tra tecnologia e umanità, né di affidarsi alla sola regolamentazione, né di cedere alla rassegnazione di chi ritiene che ormai la partita sia persa. Si tratta di tenere aperta una domanda: a chi serve questo potere? Dove va?
La domanda non è nuova. Nel 1891, un altro papa di nome Leone — Leone XIII — la pose davanti a una rivoluzione diversa, quella industriale. Anche allora c'era una forza nuova che si strutturava come dominio: il capitale senza limite morale, il lavoratore ridotto a ingranaggio, il mercato come unica misura del valore. Anche allora si trattava di tenere viva una tensione.
Il nuovo Leone — Leone XIV — ha firmato questa enciclica il 15 maggio 2026, esattamente nel 135° anniversario di quella del suo predecessore. Il gesto non è casuale. È un'affermazione: siamo ancora lì. La domanda è la stessa. L'oggetto è cambiato.
Il punto in cui tutto si chiarisce
C'è un'opposizione che, una volta vista, illumina tutto il documento.
ferita e magnifica insieme
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Un profilo descrive qualcosa di me. Ma non sono io. Una persona è irriducibile, relazionale, capace di sorprendersi e di sorprendere, ferita e magnifica insieme. Non si ottimizza. Non si sostituisce. Non si replica.
L'IA lavora per definizione sui profili — non è un difetto, è la sua natura. Sa molte cose, ma non è in relazione con nessuno. La differenza tra un modello linguistico e un essere umano non è quantitativa: è qualitativa, ontologica. L'uomo è nelle sue relazioni; l'IA ha informazioni.
L'uomo, prima di tutto
Per capire cosa manca alla tecnica, bisogna prima capire cosa è l'uomo. L'enciclica non parte dai limiti dell'IA per poi chiedersi cosa fare — parte dall'uomo, e lascia che la risposta alla tecnica emerga da lì. È una scelta metodologica precisa, e cambia tutto.
Il primo pilastro: l'uomo non è definito da ciò che sa, produce o possiede. Non è la somma delle sue competenze, dei suoi dati, nemmeno delle sue esperienze. È definito dalle relazioni che lo costituiscono — con gli altri, con il mondo, con se stesso, con qualcosa che lo trascende. Togliergli le relazioni non è renderlo più libero: è amputarlo.
Questo è esattamente il punto di rottura con la logica dell'IA. Un modello linguistico è, per natura, il contrario di un essere relazionale: è pura acquisizione, accumulo di pattern estratti da miliardi di testi. Sa moltissimo, ma non è in relazione con nessuno. La differenza non è quantitativa — non è che l'uomo "sa meno cose". È ontologica: l'uomo è nelle sue relazioni; l'IA ha informazioni.
Il secondo pilastro: la libertà non è fare qualsiasi cosa. È la capacità di relazionarsi con la realtà capendola — e quindi scegliendo ciò che è giusto, non ciò che è ottimale. Sant'Agostino, che il documento cita più volte, lo diceva con una formula che non ha perso nulla della sua forza: non siamo liberi perché non abbiamo vincoli, siamo liberi quando amiamo il bene. È una libertà orientata, non indifferente.
E su questo punto il Papa porta Agostino direttamente nell'era digitale, con una frase che vale la pena leggere due volte:
"Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni, manifesta i nostri valori fondamentali e, in ultima analisi, nasce da ciò che ci sta più a cuore. È un amore che ci guida: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire. Il tempo dell'IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi."
— par. 130
L'ebraico ha una parola per questa scelta giusta: tzedaqah (צְדָקָה). Non la perfezione della performance, non l'efficienza del risultato — la rettitudine nella relazione concreta. La parola include nel suo campo semantico: giustizia, salvezza, fedeltà, pienezza. Un algoritmo può ottimizzare, ma non può compiere tzedaqah, perché essa presuppone un soggetto che riconosce l'altro come tale — non come dato da elaborare, non come profilo da cui estrarre valore.
E poi c'è il punto più inaspettato — quello che, leggendo, mi ha fermato più a lungo. L'enciclica ricorda che Dio stesso, in Gesù, ha scelto deliberatamente ciò che nessun algoritmo sceglierebbe. La carne limitata. Il tempo lento. Il corpo che stanca, che ha fame, che piange. La vulnerabilità. La morte. Non un'inefficienza tollerata: la forma stessa in cui ha scelto di rivelarsi e di salvare. Il Verbo non si è fatto performance. Si è fatto carne. E questo, per chi vuole capire cosa vale davvero, dice tutto.
Cosa c'è sotto il cofano
Usiamo tutti l'intelligenza artificiale. Quasi nessuno si chiede come funziona davvero — non nel senso tecnico, ma nel senso più profondo: chi l'ha costruita? Con quale visione dell'uomo? A vantaggio di chi?
Usiamo l'IA come si usa l'elettricità: senza chiederci come viene prodotta. Ma c'è una differenza decisiva. L'elettricità non decide cosa pensi. L'algoritmo sì — orienta, filtra, amplifica, sopprime. Lo fa in modo sottile, continuo, invisibile.
"Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall'IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell'avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l'imprevisto, controllare ogni cosa. Quando l'efficienza diventa misura del valore, l'essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione."
— par. 112
Non è una condanna della tecnologia. È l'identificazione di un rischio preciso: che una visione dell'uomo — ridotto a prestazione, efficienza, ottimizzazione — venga normalizzata al punto da sembrare l'unica possibile. Non per una scelta consapevole di qualcuno. Per osmosi. Per l'aria che si respira.
Una domanda concreta: cosa c'è dentro?
Restando sul piano pratico — non per scegliere quale IA usare, ma per capire cosa significa usarla consapevolmente — l'enciclica chiede trasparenza e responsabilità tracciabile sui sistemi che orientano le nostre vite: chi li sviluppa, con quali criteri, sotto quale controllo. Non è una richiesta tecnica da addetti ai lavori. È una domanda antropologica: se uno strumento orienta l'informazione, filtra i contenuti, decide cosa ti viene mostrato e cosa no, chi ne conosce i criteri? Chi ha deciso quei criteri, con quali valori, a vantaggio di chi?
Una rete neurale non è neutrale — è addestrata su dati scelti da qualcuno, con obiettivi definiti da qualcuno, ottimizzata per risultati che qualcuno ha stabilito come desiderabili. E qui aggiungo una riflessione personale, che va oltre il testo del Papa ma ne segue la logica: la pubblicazione del codice sorgente di questi sistemi non è una garanzia per tutti nel senso che tutti lo capiranno — la maggior parte delle persone non ne capirà nulla, e sarebbe disonesto dire il contrario. Ma è una garanzia per tutti nel senso che chi è competente può verificarlo, denunciarne le distorsioni, correggerlo. Come i bilanci delle società pubbliche: quasi nessuno li legge, ma il fatto che siano accessibili e controllabili da chi sa farlo protegge tutti gli altri. La trasparenza del codice è quella stessa logica applicata agli strumenti che oggi plasmano l'informazione, il lavoro, le relazioni.
La trasparenza non risolve tutto. Ma senza di essa, la persona non può esercitare quella libertà orientata di cui parla l'enciclica. Non puoi discernere se non sai — almeno — che qualcuno con gli strumenti giusti può guardare dentro e risponderti.
È lo stesso principio che vale per un farmaco: hai diritto di sapere cosa contiene, come agisce, quali effetti collaterali produce. Non perché tu lo produca, ma perché qualcuno lo controlli per te. Per l'IA che plasma il tuo accesso all'informazione, che suggerisce cosa leggere, cosa comprare, cosa pensare — quel diritto è almeno altrettanto urgente.
Le grandi rivoluzioni e le narrazioni
"La storia ha insegnato che le grandi rivoluzioni tecnologiche non si governano soltanto con le leggi e con i mercati, ma anche con la capacità di elaborare narrazioni condivise sulla loro significatività antropologica e sulla direzione che vogliamo imprimere loro."
— Paolo Benanti, introduzione
Vale la pena fermarsi su questa frase, perché dice qualcosa di controcorrente. Siamo abituati a pensare che le rivoluzioni si governino con norme, regolatori, istituzioni. Tutto necessario — ma non sufficiente. La storia mostra che ciò che davvero orienta una rivoluzione tecnologica è la narrazione che una società costruisce intorno ad essa: il racconto su cosa significhi per l'uomo, dove voglia andare, cosa valga la pena difendere.
Tre esempi, in ordine di tempo.
Dopo Hiroshima e Nagasaki, nessun trattato internazionale avrebbe potuto da solo creare il tabù morale sull'uso dell'arma nucleare. Ci è voluta una narrazione — letteraria, religiosa, filosofica, politica — che dicesse con forza: questo non possiamo farlo a noi stessi. I discorsi di Paolo VI all'ONU, la letteratura del dopoguerra, il cinema, la teologia della pace: tutto contribuì a costruire una coscienza condivisa che le leggi da sole non avrebbero generato.
Con la bioetica — la fecondazione artificiale, la genetica, i confini della vita — la narrazione è arrivata in modo frammentato, con battaglie culturali ancora aperte. Ma almeno è arrivata: c'è un dibattito pubblico, ci sono posizioni chiare, ci sono comunità che hanno elaborato un pensiero e lo difendono.
Con i social media, la narrazione è arrivata tardi e male. Per quasi vent'anni il racconto dominante è stato "più connessione = più libertà", senza che nessuno si chiedesse davvero cosa significasse per una persona essere costantemente visibile, tracciata, giudicata, confrontata. I danni — solitudine di massa, dipendenza, frammentazione dell'attenzione, polarizzazione — sono arrivati prima della consapevolezza. Le leggi sono venute dopo, rincorrendo ciò che era già accaduto.
Con l'IA, ci troviamo di fronte alla stessa biforcazione — ma con una velocità molto maggiore. O la narrazione sul significato di questa tecnologia per l'uomo la costruiamo adesso — con voce, con pensiero, con coraggio — o la costruirà qualcun altro. E chi la costruirà avrà i propri interessi, che non coincidono necessariamente con i tuoi.
Questo non è un compito per esperti. Vale per chiunque scriva, insegni, educhi, lavori, parli con altri esseri umani. La narrazione si costruisce anche in una conversazione a tavola, in una classe, in un gruppo di amici che si chiede: ma questa cosa, davvero, a cosa serve? Chi ne beneficia? Cosa ci costa?
Nessuno è troppo piccolo
Il capitolo finale anticipa l'obiezione: "Si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo."
Il Papa cita Tolkien — sì, l'autore del Signore degli Anelli — con una frase che uno dei suoi personaggi pronuncia nel mezzo della storia più grande: non a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza di ciò in cui viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo. Frodo non è il più forte. Sam non è il più saggio. Ognuno fa la propria parte, nel proprio campo, con ciò che ha.
"Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì — non altrove — è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)."
— par. 212
L'indifferenza non è neutralità. È una scelta. Come lo è la cura.
Babele o Gerusalemme: la scelta che nessuno può fare al posto tuo
C'è un'immagine che il Papa riprende più volte lungo tutta l'enciclica, e che ne è forse il simbolo più potente. Due città. Due modi di costruire. Due esiti possibili per la stessa forza.
Babele: la città costruita per toccare il cielo con le proprie forze, per fare un nome a se stessa, per non dipendere da nessuno. Un progetto di potenza che si chiude, che omologa, che sacrifica le persone all'efficienza del sistema. La torre si costruisce, ma gli uomini smettono di capirsi.
Gerusalemme: la città ferita che rinasce. Nel libro di Neemia, gli esiliati tornano e trovano le mura diroccate. Non c'è un eroe che ricostruisce tutto — c'è un popolo che lavora insieme, ciascuno nel tratto di muro che gli è vicino, con Dio al centro. La città risorge non dalla potenza ma dalla responsabilità condivisa.
Il Papa applica questa immagine direttamente all'IA — e lo fa con una frase che vale la pena tenere a mente: "La costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi." Non nelle istituzioni. Non nelle aziende. Non nei governi — almeno, non solo lì. Inizia nell'amore che orienta le nostre scelte quotidiane: cosa costruiamo, come lo costruiamo, per chi.
Ogni algoritmo pubblicato o tenuto segreto, ogni sistema di IA orientato alla persona o al profitto, ogni scelta di trasparenza o di opacità — è un mattone di Babele o di Gerusalemme. La città che costruiamo con la tecnologia è lo specchio della città che portiamo dentro.
Rileggendo tutto questo, mi sono accorto di qualcosa che non avevo previsto all'inizio del percorso. La domanda sull'intelligenza artificiale — come usarla, come governarla, come non lasciarsene governare — si è trasformata lentamente in un'altra domanda. Non più cosa fare con la tecnica, ma come guardare l'uomo.
Perché se hai visto davvero la magnifica humanitas — la persona come essere di relazione, come libertà orientata al bene, come creatura che vale infinitamente di più della somma dei suoi dati — allora l'uso della tecnica non è più un problema da risolvere. Diventa una conseguenza. Naturale, quasi ovvia, come la luce che segue il sole senza bisogno di essere comandata.
Il bene cresce silenzioso dalla terra, anche quando non lo vediamo. Sono le parole del Papa, non le mie:
"Noi guardiamo la storia alla luce del Crocifisso Risorto, a cui il Padre ha dato 'ogni potere in cielo e sulla terra' (Mt 28,18). Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. E crediamo nella forza del Regno, che si sviluppa dalla piccolezza di un granello di senape, come un seme che, una volta seminato, germoglia e cresce (cfr. Mc 4,26-32). Mentre il rumore della confusione ci circonda, il bene cresce silenzioso dalla terra. Con le parole del profeta: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19)."
— par. 210
Forse è già germogliato in queste pagine, in chi le ha lette fin qui. Forse no ancora. Ma il seme, una volta piantato, lavora da solo.
E allora la domanda non è più tecnica. È su di noi.
Da dove viene la forza
C'è però una domanda che rimane aperta fino alle ultime pagine: da dove viene la forza per fare tutto questo? Non la buona intenzione — quella dura poco. Non la disciplina — si esaurisce. Non la consapevolezza da sola — sapere cosa è sbagliato non basta a fare il bene.
La risposta del documento non è un programma. È una consegna. Il paragrafo 228 cita le parole che Leone XIV ha pronunciato il giorno della sua elezione al soglio di Pietro, e che vuole ripetere a conclusione di questo lungo percorso:
"La pace sia con voi. Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Non stanchiamoci di pregare per la pace e di impegnarci per realizzarla nelle nostre relazioni e nella società."
— par. 228
Non si parte dal problema da risolvere. Si parte da un dono ricevuto. La pace non si costruisce per forza di volontà — viene dall'alto, dal Cristo Risorto, e poi si realizza nelle relazioni e nella società. Prima il dono, poi la costruzione. È la logica opposta all'efficienza: non produci e poi riposi, ricevi e poi agisci.
Questo dono ha un nome preciso e un luogo preciso. Si chiama Grazia, e si riceve nella Chiesa — nella Parola ascoltata e celebrata, nell'Eucaristia, nella comunità di fratelli che ti rimette davanti alla tua vita reale, non al tuo profilo ideale. Non è una metafora, non è un sostegno psicologico, non è una rete di solidarietà. È l'incontro con Cristo vivo, che trasforma chi lo riceve e lo rende capace di ciò che da solo non potrebbe.
L'enciclica si conclude con un itinerario in quattro movimenti che si alimentano a vicenda: la fede che apre gli occhi sulla storia come storia benedetta, la carità che costruisce legami reali tra le persone, la speranza teologale che non si fonda su ciò che vediamo ma su ciò che è stato consegnato nel giorno di Pasqua, e la Parola e l'Eucaristia come sorgenti inesauribili da cui tutto il resto nasce e a cui tutto ritorna. Non una lista di cose da fare. Un cerchio — o meglio, una spirale — perché chi entra in questo movimento si trova continuamente rinnovato da capo, capace ogni volta di ricominciare.
È questo che rende possibile custodire l'umano nell'era dell'IA — non la forza di volontà, non la competenza tecnica, non il coraggio individuale. La grazia ricevuta, e la comunità in cui si torna a riceverla.
"Ciascuno stia attento a come costruisce"
— San Paolo, 1Cor 3,10 · citato in par. 229
Non "se costruire". Come.
Capisci quello che stai leggendo?
Come potremmo capire, se non ci aiutiamo a vicenda?
L'enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV (15 maggio 2026) è disponibile integralmente sul sito ufficiale della Santa Sede: vatican.va.
La versione a stampa utilizzata per questa lettura è pubblicata da EVE, con prefazione di Claudio Giuliodori e Giuseppe Notarstefano e introduzione di Paolo Benanti.